Tazio Nuvolari

Nato a Corte Mantovanelli (Italia) il 16.11.1892 - 11.08.1953

 

Un metro e sessantacinque di altezza per cinquantasette chili di peso: questo era l’uomo Tazio Nuvolari. Dal suo atto di nascita si apprende che Tazio era nato a Centro, frazione di Corte Mantovanelli, da genitori contadini, Arturo Nuvolari (detto “ras Alula”) e Emma Elisa Zorli, alle 9 del 16 Novembre 1892. Durante l’infanzia, ne fece un po’ di tutti i colori: da piccolo si divertiva a farsi trascinare, attaccato alla coda, da uno dei cavalli paterni, e una volta gli diede un calcio che gli spezzò una gamba. Gliela rimisero a posto frettolosamente e gli rimase un imperfezione impercettibile per tutta la vita. Una volta si gettò con una specie di aliante “indossato” come abito, dal tetto di un casolare. Il padre e lo zio erano appassionati di Ciclismo. Tazio era piccolo, lo sguardo acuto e vivace, il temperamento irruente e avventuroso, e in famiglia decisero che sarebbe diventato fantino. Ma il vero e unico cavallo che Nuvolari abbia mai cavalcato, però, fu la motocicletta, fin dal giorno in cui, tredicenne, s’impossessò di una motoretta che lo zio gli aveva portato a casa, su cui cominciò a scorrazzare per i campi.

 

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Una notte dell’anno successivo, nel 1906, suo padre e suo zio lo portarono ad assistere, fuori Mantova, al passaggio dei corridori che partecipavano ad una delle prime gare automobilistiche dell’epoca. Il ragazzo vide “sfrecciare” uomini di cui il nome era sinonimo di Leggenda: Nazzaro, Cagno, Marsiglia per citarne alcuni. Quello spettacolo affascinò Tazio e certo fu determinante a far nascere in lui la passione per la velocità. Prima di passare alle auto, Tazio corse in moto, e già a cavallo delle due ruote dimostra tutto il suo spirito combattivo e il suo stile aggressivo. Ma quel che balza subito agli occhi di tutti è la tenacia con la quale il mantovano aggredisce l’obiettivo, la vittoria. Basti pensare che nel 1925 vinse a Monza una gara di moto fasciato in un busto di cuoio fatto realizzare appositamente per sopportare alle sconnessioni. Infatti, non era ancora guarito da un precedente incidente sempre a Monza che lo aveva visto volare fuori dall’auto e venir salvato da un filo spinato che però gli aveva straziato il corpo. Che Nuvolari fosse un vero e proprio fachiro lo dimostravano i tantissimi incidenti subiti in moto (dove cercherà di guidare con un braccio ingessato al collo dopo un altro brutto incidente), oppure quando una volta, al circuito del Sarro, urtando col manubrio contro un muretto, ebbe quasi asportato un dito e continuò a correre con l’estremità attaccata solo in parte alla mano, sinché il tremendo dolore lo costrinse al ritiro. La sua noncuranza nei confronti della morte può essere riassunta in una frase detta dallo stesso Nuvolari a sua moglie Carolina Perina: «Se ti dicono che sono morto, non crederci». E infatti, quando un giornale di Stoccarda esce con la notizia che Nuvolari è deceduto in un incidente accaduto il giorno prima nella corsa sul circuito della Solitudine, gli uomini della Bianchi (la casa motociclistica con la quale Nuvolari correva all’epoca) raggiungono immediatamente la Germania, giusto per imbattersi in Nuvolari alla Stazione che, sta cercando sigarette italiane: uscito dal trauma dell’incidente, “Nivola” (così venne soprannominato) aveva convinto una suora a farlo uscire dall’ospedale, richiesta esaudita solo in seguito allo scarico di responsabilità firmato dal mantovano per l’ospedale.

Ma mille altri sono gli episodi del genere, compreso quello che lo vedrà correre con una gamba ingessata dopo il tremendo scontro in auto con un albero ad Alessandria, nel 1934. Oppure alla Mille Miglia dove, sotto un acquazzone micidiale, correrà sotto l’acqua senza protezione, o ancora “alzandosi” grazie a opportuni cuscini, perché nessuno notasse la sua bassa statura. Insomma, tutta una poesia di coraggio e invenzione. Gli anni che vanno fino al conflitto mondiale che imporrà lo stop a tutti, Nuvolari compreso, sono fatti di stagioni che vedono l’asso di Mantova passare da un successo all’altro, in un crescendo di popolarità che valica i confini nazionali, visto che a casa Nuvolari, a Castel d’Ario prima, e a Mantova dopo (dove i Nuvolari si trasferiscono), arrivano lettere provenienti da ogni angolo della Terra: basta scrivere “Nuvolari-Italia”, per essere sicuri che Tazio le riceva.

Non c’è posto in Europa dove la gente non conosca e ammiri in Nuvolari il pilota capaci di farli sognare. Capace di piegare ogni avversario, anche il più potente, com’era accaduto al Nürburgring nel 1935, quando “Nivola” diede scacco matto alle più potenti Mercedes e Auto Union con la sua Alfa fra l’imbarazzo degli organizzatori (che non avevano neanche il disco della marcia Reale Italiana, e che fu fornito loro proprio da Nuvolari che l’aveva portato con sé) e dei papaveri Nazisti, costretti a congratularsi con quell’ometto piccolo e scuro che ballava nell’enorme corona d’alloro pensata per i giganti tedeschi. E ancora, nel 1939, al Valentino, quando giunse al traguardo agitando il volante con una mano: si era rotto e lui aveva guidato solo con una chiave inglese per manovrare il piantone dello sterzo. Una fama arrivata fino in America, dove “Nivola” aveva vinto anche la mitica Coppa Vanderbilt, intascando, senza neppure aprirla, una busta contenente l’assegno per il vincitore: 32.000 dollari, una cifra enorme all’epoca. Uomo complesso e contraddittorio, atleta generosissimo, Tazio rifletteva nella corsa il suo carattere, dandole uno stile inconfondibile, fatto di impeto e irruenza, ma tutt’altro che indisciplinato. Astuzia e coraggio erano le doti che “Nivola” metteva in mostra in ogni Gara. Come nella Mille Miglia del 1930 in cui riuscì a battere il famoso rivale Achille Varzi, che aveva una macchina più veloce, non usando mai i freni per tutto il percorso e supplendo alle difficoltà meccaniche con una trovata tipica delle sue: per decine di chilometri, nella notte, aveva seguito il suo rivale a fari spenti, per non farsi vedere, poi lo aveva superato e quindi aveva “dato dentro” allo spasimo. Enzo Ferrari, il creatore della prestigiosa casa automobilistica italiana, diceva che i tre più grandi piloti di ogni tempo erano stati Nuvolari italiano, Moll francese e Moss inglese. Ma quella di Nuvolari è stata un esistenza devastata dal dolore: il destino si è accanito contro di lui potandogli via Giorgio e Alberto, i due figli: Alberto muore infatti di nefrite l’11 Aprile 1946 all’età di diciotto anni, gli stessi di Giorgio, scomparso nove anni prima di miocardite. L’unica medicina che Tazio conosce contro il dolore per la perdita dei figli, è quella delle corse. E Nuvolari continua a gettarsi nella mischia, finché deve arrendersi ai polmoni ormai distrutti da tanti anni passati a respirare i gas delle vetture degli inseguitori. L’ultima Vittoria è del 1950, il 10 Aprile, sulla salita del Monte Pellegrino presso Palermo. Le condizioni del mantovano sia aggravano nel 1953: Tazio Nuvolari muore alle 6:30 dell’11 Agosto nel letto di casa. Verrà sepolto con la sua divisa da gara nel cimitero di Mantova.

Sua moglie Carolina Rosa Perina Nuvolari gli sopravviverà fino al 1981, quando sarà travolta, a Barbarano di Salò sul lago di Garda, da un automobilista maldestro. Sulla tomba di Tazio Nuvolari è incisa una frase: “Camminerai più forte fra le nuvole del cielo”. «Di Nuvolari ne nasce uno solo» ha detto Stirling Moss.

 

Fonti consultate:
“Storia della formula uno” di P. Casamassima;
“Auto da Corsa” – Fabbri;
"Il giornalino" - 1997
"Enzo Ferrari, un eroe italiano" di L. Turrini
"Enciclopedia per ragazzi"
"Storia d'Italia a fumetti" di E. Biagi

 

 

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